martedì 2 novembre 2010

CARTOLINE DAI MORTI

Negli antichi miti greci il nostro corpo, privo di vita, riveste la forma di una realtà a due facce: una è la psyché termine da collegare con psýchein “respiro, soffiare”, inconsistente, invisibile, inafferrabile, fantasma, sogno, ricordo ad immagine e somiglianza del corpo ma pur sempre ombra, quindi vuoto, evanescenza; L'altra è il kolossós (pietra grezza non iconica) che invece si presenta compatto, duro, massiccio, presente e che, al contrario della psyché, non ci rimanda l'immagine del corpo vivente ma il suo essere di altra natura, la sua non-forma, la sua assenza.

Il desiderio però ad un certo punto prende corpo e potrebbe essere rappresentato dal rinascere con migliori speranze?

Questo mio passaggio è una “riflessione” sulla "morte cercandola", e della possibile rinascita.

E’ un percorso che va oltre il disfacimento fisico del proprio corpo (perché per il clown il corpo è tutto, in tutte le sue forme) inteso, non soltanto come morte del fisico, ma anche, e soprattutto, come “morte sociale” come crisi della speranza.

"Morte sociale" come "abbandono di uno stato sociale", appunto, per passare ad un altro più evoluto, attraverso un percorso di "meditazione corporale" che diventa esso stesso rito e mito, per ognuno.

La morte è quindi (in questo caso) una specie di prolungamento della vita.

In effetti nei vocabolari più antichi il concetto di morte non esiste : se ne parla come di un sonno, di un viaggio, di una nascita, di una malattia, di un incidente, di un sortilegio, di un ingresso nella dimora degli antenati.

Il Clown come il bambino non ha coscienza della morte. Per lui un secondo o mille anni è la stessa cosa. E, quando noi creiamo la coscienza del nostro individuo nel "sé” (con l’accento) che diventiamo mortali.

Per questo il Clown è un “se” - senza accento - perché è un andare verso, un “se” non statico, non mascherato, ma dialettico: “emozionato”, non nella paura, ma nella gioia, nell’ironia.

Egli si prende gioco di “se” di quello “io sono” che resta ancorato per tutta una vita a false credenze. Quindi ogni uomo, contro ogni “buona regola”, non deve diventare quel cadaverico, rattrapitico adulto che è, ma prodursi sempre con spirito gioviale di fanciullo.

La sua stessa vecchiaia non deve necessariamente essere una triste stagione d’inarrestabile decadenza, ma l’estremo limite della sua gioventù.

Gesù disse: "Un vecchio che nei suoi giorni non esiterà a interrogare un bimbo di sette giorni riguardo al luogo della vita, vivrà. Giacché molti primi saranno ultimi, e diverranno uno solo." (Vangelo Apocrifo di San Tommaso)

La nostra gioventù che dura tutta la vita, come nel ricordo indelebile dell'estremo saluto da lontano - di noi stessi già morti -, che si legge nelle “Cartoline dei Morti”.

L’ironia delle “Cartoline dei Morti” di Franco Arminio (poeta e scrittore Irpino, e mio caro amico), a mia opinione ci riconduce a riflettere sulla nostra vita, spingendoci a prolungare la nostra infanzia, attraverso proprio la rappresentazione della “nostra morte”, nell'estremo saluto da lassù, che in maniera cosi fortemente “auto ironica” (da scombisciarsi dalle risate) ci fa scoprire d’un tratto come abbiamo perso molte occasioni per venirci incontro a volte, anche con “autoironia”.

Spero che la stessa coscienza della morte, così rivalutata, dalla nostra capacità residua di autoironia ci possa farci sentire così anche “immortali”, e nasca in questa fase una vita per ognuno senza più creare rancori, angosce e paure.

La stessa consapevolezza che la morte è un pezzo della nostra vita, vivendo in gruppo, in una comunita come la nostra di clown, o come nella "Comunità Provvisoria", ci dovrebbe spingere ad augurare a tutti noi, attraverso l’amore, di rientrare nell’utero materno per farci rinascere tutti nella gioia.

In questo credo che oggi siamo tutti un po’ facilitati perché, lo dico sempre: la terra incinta!

E, qui “eros” diventa non più conflitto e lotta di conquista e/o di sopravvivenza, ma ci prepara per “il ritorno”.

La “psicologia” delle nostre “comunità" o meglio di una nuova comunità che superi lo stesso concetto di dualismo (architetti contro poeti; clown contro architetti; architetti contro archeologi; filosofi contro l’angelo, etc etc..scusate il raffreddore…ma ci sono molte “escursioni termiche”) ci può far superare a tutti (spero) l’ossessione della morte e con essa lo stesso bisogno di “ritornare” nell’utero materno, perché cosi possiamo nascere da “se”, e così diventare padri e madri di noi stessi.

Il principio del piacere di Freud guida l’uomo verso l’infanzia; il principio di potenza lo guida nell’adolescenza, mentre la volontà del significato e dell’immaginazione verso l’uomo intero, che resta il futuro dell'uomo.

Ad esempio il piacere è un effetto collaterale della relazione di un compito. Esso si realizza però nella maniera più autentica solo quando si realizza un significato un senso e non un obiettivo di volontà o di piacere e basta. Quindi dovremmo percepire anche l’ironia delle “cartoline dei morti” come nuova ricerca di senso delle nostre “comunità".

Ritornando all’argomento “psicologia della comunità e paura della morte”, se ogni nevrosi è un tentativo regressivo di riconciliarsi con l’ambiente, allora lo stesso suicidio (per assurdo inteso come: "morire prima per non morire") – diventa una forma più estrema di rottura, di fuga dalle “tradizioni” (false credenze), perchè non ci è rimasta nessuna possibilità più di ridere della nostra vita e quindi rappresenta al tempo stesso la più alta, disperata, forma di riconciliazione con il mondo e con se stessi e quindi un prolungamento “tradotto” della vita.

Credo che le “Cartoline dei Morti” di Franco Arminio intervengono ora, dopo l'ipocondria paesologica, e mai come in questo momento, a “prendersi cura autentica” (Heidegger) di "se", anticipando con ironia la stessa illogicità della morte, e come non possiamo più perdere occasioni per incantarci davanti alle bellezze del mondo, e per questo, vale - in ogni caso - sempre e comunque vivere la vita, con ironia e gioia.

La nostra “comunità provvisoria” fa i conti anche con certi fenomeni di “suicido” e/o “morte sociale” a cui tante volte ci siamo appellati disperatamente, e di come è oggi possibile, guardando il mondo con altri occhi, abbandono una forma arcaica di “stato sociale” comprendere le nostre incapacità ad affrontare il "passaggio", dalla “tradizione” alla “traduzione”, riproducendo qui finalmente una “permanenza provvisoria” su quello “stato di margine” ai confini tra cielo, terra ..."e quel che ci sta nel mezzo" a partire semmai dal Museo dell’Aria di Cairano, e come oggi "io clown" Nanosecondo possa vivere con permanenza questo lutto, nel tabù della morte comunitariamente provvisoria.

Crisi? Morte = separazione; rito = margine; risoluzione/rinascita = reintegrazione.

Urge una rinascita! O meglio, un ritrovarsi, che possa far incontrare i nostri bambini, il nostro “bambino interiore”.

“Neotenia= crescere restando giovani"... credo che sia ancora possibile!

Questa teoria scientifica individua nella specie umana una prolungata permanenza in età adulta delle caratteristiche infantile, e grazie a questa cosa che possiamo “tradurre” le “tradizioni” in: curiosità, immaginazione, flessibilità, tolleranza, adattabilità, desiderio di amare, ma cosa più importante di tutte, desiderio di giocare, apprendere, scoprire sempre cose nuove, e come a questo punto la password per evitare tutti gli “spam” sia la nostra “immortalità”, in poche parole : ridere di se!

Ecco credo (e per questo scrivo) che il nuovo libro “Cartoline dei Morti” (uscito in questi giorni) di Franco Arminio che ci ha donato a tutti noi, è anche la nostra occasione di essere “provvisoriamente immortali” nell'essere capaci d'ironizzare sulle nostre disgrazie.

Anche per questi motivi e per altri ho introdotto nell’esperienza formativa della nostra associazione RNCD di “Clown Dottori” …“Alla ricerca del tuo clown ….ma se trovi qualcos’altro va bene lo stesso” la lettura (di alcuni passaggi) delle "Cartoline dei Morti di Franco.

Insomma, credo che ogni atto creativo passi attraverso una crisi “una morte”, vista con l’ironia del clown e stavolta anche con l'ironia di un grande poeta e scrittore dell'Irpinia d'Oriente onorandomi della sua amicizia.

Clown Nanosecondo

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