domenica 1 gennaio 2012

…NUDITA' E POVERTA' PAESOLOGICA.

"La nudità non è la verità. Ne è insieme l’inquietudine, l’attesa, la cura e l’appello. Forse anche lo svestimento:
tolta la veste, occorre comprendere che tutto resta da scoprire. Può darsi che
si scopra alla fine che non c’era niente da svelare, ma ciò stesso diventa
scoperta e lezione. La nudità non è l’esito, ma l’esordio di una iniziazione,
un’apertura propedeutica alla ricerca della verità attraverso il lume naturale, come direbbe un trattato classico di metafisica” .
(J.L. Nancy)






“Derobé” il gesto di lasciar cadere, togliersi la robe di un pensiero solido che non ama gli slanci, le inquietudini, le incertezze …le nudità. Difficile per noi in tempi di crisi ‘epocali’ non solo economiche, sociali, antropologiche, direbbe Pasolini, spogliarsi di un sapere che ordina e dà
sicurezza per destrutturare un pensiero nella sua funzione di mostrarsi nel suo carattere di tensione, di mobilità, provvisorietà, di agitazione che lo avvicina ad un sentimento, una passione più che ad un atto teorico o etico che lo sovverte e lo rivoluzioni dall’interno e non solo nel linguaggio.

Nel pensiero in origine c’era un senso di passione, di sensibilità e di sessualità (eros) che lo vedeva legato all’amore come rapporto all’altro non solo singolo e nel genere. Rapporto che non è finalizzato o idealizzato a fusione e reductio ad unum’ ma ad un aprirsi conflittualmente alla differenza, un esporsi ad un’alterità che come Proteo non si lascia afferrare, ma a inquietare e sconvolgere la stessa identità. La tensione del sentimento e della passione non parte da una esigenza del legèin razionale del legare assieme le diversità come esigenza di compimento e di riempimento rispetto ad una mancanza ma ad una esigenza e finalità di relazione all’altro, differire da sé.

Svestirsi del suo ‘abitus’ razionale, occidentale è soprattutto piacere personale insieme ad un senso di privazione e di sofferenza. Educarsi ad uno sguardo paesologico “arreso” non è solo esposizione piena, “nuda e cruda” nella carne, come eliminazione di qualsiasi nascondimento autistico, poetico, letterario o filosofico individuale o corale, che nella sua esposizione ed esteriorità comunitaria si mostra meglio nella sua complessità, precarietà, provvisorietà e fragilità. E in questo modo dare senso alla sua ‘imprendibilità ed omologazione attraverso la sua ritrosia verso tutte le forme superficiali e comuni di sottomissioni al flusso necessario della modernità nelle sue facili etichettature o schematizzazioni.

Il nostro uscire da sé nel rapporto con gli altri sembrerebbe più facile e comodo nelle indicazione della paesologia a riscoprire “la grande vita nascosta nei piccoli paesi”,”un vedere senza guardare… abbassarsi all’altezza del cane, lo sguardo tipico del paesologo, e non annusare niente….una disciplina non fatta di protocolli, ogni volta si comincia da zero, non basta attraversare un luogo, ci vuole che il luogo ti attraversi. E questa è una cosa che non riesce sempre. A volte ci vuole un’infiammazione, altre volte ci vuole un senso di estraneazione.Quello
che dà vita alla scrittura paesologica non è sapere tutto di un paese, non è informarsi su di esso, non è rimanerci per poco o per tanto”.

Paesologia è imparare in continuazione a vivere e pensare nella modernità non con la “passione per frammenti oggetti, relitti di un passato ormai privo di contesto, rovine della storia ormai perdute per la storia…..nuovi silenzi “ e non si esaurisce nel recuperare un linguaggio ‘denudato e povero’ capace ancora di parlare di esperienze originali ed autentiche e di persone e cose con un vissuto motivazionale ed esistenziale nuovo ed insieme.

E’ “un sapere arreso” nel senso che non coltiva la presunzione di descrivere gli altri, le cose, la natura come una cultura, una sociologia, una antropologia, una storia ….un sapere e una paideia oggettiva e prescrittiva e nemmeno come “avanzi di un mondo di sogno” perduto e da “utopie” da reinventare o da ricercare.

La paesologia è “nudità e povertà” esposta e non politica del compimento. E’ un uscire da sé che non comporti uno svelamento, un rendersi pienamente trasparente, ma un abbandonarsi semplice e tragico all’esistenza, al suo differire da sé, e quindi al rapporto comunitario con gli altri in cui ci tocchiamo, ci parliamo, ci incontriamo senza poterci mai afferrare rinchiudendoci in una identità stabile, unitaria e definitiva.

Ogni nostro incontro o evento deve conservare necessariamente in sé la dimensione della sorpresa, del dubbio e del sospetto per una pienezza che non nasce dalla mancanza ma dalla sua
eccedenza di finito che non ha compimento e assenza di “un finale” che tutti i ‘totalitarismi’ politici ed identitari che vogliono riempire di senso il presente per trascenderlo.

A noi la presunzione e la fatica di “vivere completamente il presente” nelle sue difficoltà, complessità e varietà. Questo il ‘buon e difficile viatico” per il prossimo anno paesologico e comunitario.

Mauro orlando
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